Una serata in numero ristretto, 10 partecipanti. Ci siamo confrontati su Niccolò Ammaniti come autore, partendo da uno dei suoi primi libri “Fango” (raccolta di racconti iper-realistici e noir) sino a “io e te”, l’ultimo libercolo in cui è in scena il disagio esistenziale, la solitudine dei giovani, disperante.
Quello che emerge però è questa sua caratteristica di accentuare i toni, le situazioni letterarie, come se fosse una sceneggiatura pulp per film noir. Una modalità che talvolta arriva ad arrivare a creare situazioni paradossali come in “L’ultimo capodanno dell’umanità”, ma che non segna il lettore con messaggi particolari. Quello che lascia, è superficiale, come se la sua letterattura rimanesse a galla, con una scrittura agevole e un immaginario ricco, ma ripetitivo. I protagonisti spesso sono ragazzi disadattati, sbandati, senza speranza.
Eppure ilal mondo del cinema lo apprezza, sin dal primo romanzo “Branchie” i suoi lavori ispirano film, che hanno raggiunto l anotorietà con Salvatores (“Io non ho paura” e “Come Dio comanda”). Di questi ultimi due, si può dire che sono il risultato migliore della sua produzione. Ma la violenza, il linguaggio crudo, il compiacimento nel soffermarsi su dettagli sgradevoli e urtanti non piace alle lettrici e ai lettori del GdL. Senza alcuna pietas e denuncia morale o sociale. Leggere Ammanniti è come vedere quei telefilm americani scritti bene in cui la scenografia prende il sopravvento sul contenuto, con scene violente e di impatto sul pubblico.
Nei suo libri scene apocalittiche scritte in tono mondano, fatuo e satirico, che si palesano davanti agli occhi dei lettori, dove tutto è esasperato fino al parossismo, la comicità graffia e irride, talvolta infastidisce. I critici si dividono traquelli che stigmattizano l’autore come Andrea Cortellessa sulle pagine de La Stampa “lo schema emotivo che governa il libro è di un’ovvietà da insultare qualsiasi lettore” e quelli che lo incensano come Filippo La Porta su la Repubblica, che definisce Ammaniti «il Dickens di oggi: scatta un’istantanea spietata del degrado, che suscita orrore, stupore e lacrime. Usando anche l’immaginario fumettistico (Quattro Formaggi in “Come Dio Comanda” è una straziante, patibolare incarnazione di Pippo). Resta addosso l’odore inconfondibile del dolore, che solo gli animali sentono»
I confini tra il male e il bene non sono più tracciabili, lontani dalla morale manzoniana della peste come amministratrice della giustizia separando i vizi dalle virtù, il mondo disegnato da Ammaniti è degradato, allo sbando, senza limite. Senza dignitià in cui tutto può essere accettato. Ma l’autore non denuncia questo mondo, Ammaniti non è un fustigatore delle storture e delle deviazioni di certa umanità, “ma come gli artisti di razza, imbastisce una favola, solo che rovescia le parti, non sono protagonisti gli animali umanizzati, bensì gli uomini animalizzati in tutta la loro ferinità” (Arcangela Cammalleri)
Una favola debole però. Che al di là dell’effetto immediato, non lascia il segno …
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